• Si dice che la gente non ascolti più la musica, ma non sono d’accordo per nulla.
    Mai come in questi anni vedo un ritorno prepotente della musica nella vita di tutti grazie a YouTube e ai vari servizi di sharing cui siamo abbonati bene o male tutti.

    E i dischi?

    I dischi hanno subito una sostanziale trasformazione: da contenitori di canzoni sono passati ad essere, quando ci sono, contenitori di singoli, ma la domanda successiva è “quando hanno perso importanza?”

    Fino agli anni 90 le opzioni erano poche: comprare l’album originale o copiare la cassetta/cd; la pirateria era un fenomeno presente, ma limitato allo scambio fisico di oggetti.
    Con l’avvento di Napster è cambiato tutto: milioni di persone potevano scambiare tra loro brani creando dunque il più avanzato sistema di pirateria conosciuto fino a quel momento: il file sharing.

    Napster durò, nella sua forma iniziale, l’arco di un biennio o poco più perchè chiuse i battenti dopo la causa intentata ai suoi danni dai Metallica, stufi di vedersi rubare il lavoro da sotto gli occhi.

    Ovviamente morto un Papa se ne fa un altro: WinMX, Kazaa, eMule e altri programmi simili fecero la loro comparsa continuando su una strada che era ormai tracciata, non curanti del copyright e delle leggi internazionali a riguardo.

    Ma i grandi cambiamenti arrivano quando anche il mercato legale si rende conto che è il momento di muoversi in una nuova direzione, da lì la creazione, nel 2003, di iTunes Store: il primo store online che prometteva di vendere album e singoli brani che sarebbe stati pronti per essere trasferiti negli iPod degli utenti.

    Detta così, nel 2019, può sembrare una cosa semplice, all’ epoca fu un momento di cambiamento epocale: 275mila brani venduti nelle prime 18 ore, oltre 35miliardi nel 2014, un vero successo per chi nella musica ci ha sempre creduto perchè dietro all’ idea c’era, ovviamente, Steve Jobs.

    Non si può dire che Apple e gli altri siti di vendita online abbiano sbaragliato la pirateria online, ma è un metodo comodo per acquistare le canzoni, per cui molti utenti preferiscono, per fortuna, passare per vie legali.

    Il vero problema però era un altro, un aspetto a cui probabilmente non si è dato il peso necessario: vendere i singoli brani fa perdere completamente il valore ed il senso dell’ album.

    Che senso ha scrivere un disco organico, che ti prenda per mano dalla prima all’ultima canzone, che ti faccia fare un percorso, quando i brani più venduti saranno esclusivamente i due singoli?

    Ancora meno ora, visto che viviamo in un mondo di streaming, di playlist preconfezionate fatte di singoli pezzi, scorporati dall’ album e buttati in un calderone di brani, selezionati per mood, genere, anno d’uscita, situazione ideale in cui ascoltarli e altre mille opzioni?

    Ecco, questo è il punto centrale: l’ascoltatore vuole la comodità di un grande numero di brani, un grande numero di artisti perchè uno solo “annoia” e il modo più semplice per ottenerlo è un abbonamento a Spotify o Amazon Music.

    Ma come possiamo pretendere i nuovi Pink Floyd, quando la musica, in linea di massima, la ascoltiamo a spizzichi e bocconi?

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